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SOGNO, FAMIGLIA E FANTASIA

“SOGNO, FAMIGLIA E FANTASIA”

Tiziana Fragiacomo

Ho avuto una formazione economica e non avrei mai immaginato di lavorare un giorno nel settore farmaceutico. Immaginavo un ambiente molto freddo e razionale. Avevo tanti pregiudizi. Sono cresciuta in una famiglia numerosa e creativa, piena di suoni, colori, fantasia. E poi ho lavorato in Disney, l'azienda delle famiglie, dei bambini, dei sogni. Era stata un'esperienza bellissima, che avevo interrotto per tornare a studiare e conseguire un master MBA. Al termine, avevo ricevuto alcune offerte di lavoro e una di queste era della Johnson & Johnson, l'azienda dello shampoo per i bambini e di tanti prodotti per la famiglia. Mi sembrava qualcosa di vagamente affine a ciò che avevo fatto fino ad allora. Poi ho scoperto che esisteva anche il settore medico. Confesso di essere stata molto scettica all’inizio. Ricordo ancora il giorno del colloquio, quando rimasi a lungo sul marciapiede a guardare con distacco la sede dell’azienda prima di entrare. Fu invece un’illuminazione istantanea. Il momento magico in cui tutto ciò che avevo fatto e studiato fino a quel momento trovava una collocazione, un senso definitivo.

Vidi il “Credo”, appeso sulla parete dell'ingresso. Lo lessi rapidamente, fissando nella mente le frasi sulla centralità dei pazienti. In realtà il testo non parlava solo di malati, ma di esseri umani ai quali era stato rubato un sogno. Parlava anche delle loro famiglie, del valore della compassione e della capacità di soffrire insieme a chi soffre. Impegnarsi per gli altri e donare un po’ di sé stessi.

È bastato poco. Dopo qualche mese avevo sposato l'azienda e l’intero settore. Mi sono sentita realizzata come persona - anzi, come donna - molto prima che come lavoratrice. Prima mi affascinava l'idea di stimolare la fantasia dei bambini, adesso mi dava gioia sapere che potevo lavorare per offrire speranze, prospettive, tempo.

Ancora una volta sogni, però molto concreti. E ancora una volta la famiglia. Non più genitori che seguono gioiosamente la crescita di un bambino, ma persone che combattono la malattia al fianco dei propri cari.

Lavorando con le associazioni dei pazienti ho compreso quanto sia importante essere vicini a chi soffre. La cura non è solo il farmaco, ma un insieme di attenzioni e slanci di generosità. Gesti di affetto basati sulla dignità dell'essere umano, un valore fondamentale che tende a svanire nella sofferenza.

Troppi pazienti smettono di considerare sé stessi come persone durante la malattia.

Mi aveva colpito moltissimo una frase di Rita Levi Montalcini, quando a proposito delle nuove frontiere della medicina sottolineava l'importanza di "dare vita ai giorni, non solo giorni alla vita". Vivere in sé conta poco. Ciò che veramente ha significato è l'intensità dell’esistenza, la capacità di ancorare saldamente il corpo al presente per volare con la mente verso il futuro.